L’elfo e il troll

Questo mese parliamo di Diversità. La diversità è colore, cultura, ricchezza, scambio, crescita, necessità. Andare a scoprire cosa c’è di unico e speciale nell’altro, superare la diversità, permette di conoscere meglio se stessi e gli altri e di riconoscere nella differenza una ricchezza. Per affrontare questo tema, in italiano, abbiamo cominciato dalla lettura di un breve racconto fantasy, in cui un piccolo elfo riesce, con ingenuità e candore, a trasformare un incontro pericoloso in un momento di accoglienza e di conoscenza.

 

Illustrazione di Andrea Pandrin

 

 

– Io mangiare elfo! – farfugliò il troll avvicinandosi.

Il cane uggiolò sempre più terrorizzato, ma coraggiosamente all’uggiolio aggiunse un ringhio.

– Io mangiare elfo! – ripeté ostinatamente il troll.

Il piccolo elfo si mise a ridere.

Il troll rimase folgorato. Rimase a fissare la faccia dell’elfo con il suo sorriso stampato sopra, come avrebbe guardato un asino volare o la luna scendere e venire a giocare a palla.

L’elfo si era avvicinato al troll. L’enorme faccia del gigante era completamente priva di qualsiasi espressione, come la maschera di un idolo di pietra.

La pelle del troll era a squame, come quella delle lucertole, che sono animali carini che il piccolo elfo amava particolarmente, perché le lucertole vivono nella luce del sole e il sole è bello.

Anche la faccia del troll ricordava molto la lucertola, e in più, come la pelle delle lucertole, anche quella del troll aveva iridescenze verdi e viola, che erano proprio i colori preferiti del piccolo elfo, perché erano quelli delle tendine della nonna.

Le grosse zanne che sporgevano dalla mascella per stagliarsi verso l’alto erano scintillanti come mezze lune e non inquietarono minimamente il piccolo elfo, il quale, nella convinzione che qualunque cosa serva per mordere stia dentro la bocca e non fuori, le scambiò per elementi decorativi, a meno che non servissero a infilare le ciambelline… (come quando, nelle feste, si gareggia a chi riesce a infilarne di più sul piolo!). Questo pensiero riempì il suo animo di allegria.

– Come sei bello! – disse al troll il piccolo elfo. La sua voce era così piena di tenerezza e allegria, che la letizia risuonò nelle menti degli ascoltatori. A tutti i presenti si trasmise un attimo di gioia, di felicità e gratitudine per la vita, che aveva prodotto una creatura bella come il troll.

– Come sei grande! Sei il primo troll che vedo, sai! Sei… imponente. Sì: imponente. Nonna non mi aveva detto che un troll potesse essere così bello!

– Be… be… bello?

Il troll cominciò a riprendersi dalla folgorazione. Non osava neanche respirare. Per qualche attimo sembrò quasi che cambiasse espressione, o, forse sarebbe più corretto dire, ne assumesse una.

– Be… be… bello? – farfugliò il troll.

 – Sì, veramente bello. È un onore fare la tua conoscenza. Io mi chiamo Yorshkrunsquarrkljolnerstrink.

– Io dispiace tu con tosse. Tu dire ancora io me bello.

– Sei bellissimo. BELLISSIMO. BEL-LIS-SI-MO.

Il piccolo era veramente incantato. La sua voce era sempre più sognante.

– Così grande. Deve essere così bello essere così grande – aggiunse con voce dolce il piccolo elfo.

Era una dolcezza che ti entrava dentro.

– Elfo buono pappa, ma questo elfo dire me be… be… bello.

 

Il buio diventava sempre più nero. Una pioggerellina lieve riprese.

Per quella notte si misero tutti insieme attorno al fuocherello che l’elfo aveva acceso, sotto una specie di tettoia improvvisata.

Il cane e l’elfo dormivano acciambellati assieme, come due virgole abbracciate, poi c’erano, in sequenza, le tre montagnole: il più piccolo dei due giganti, il più grosso dei due giganti e infine, grosso il doppio degli altri due sommati, il troll.

I due giganti russavano.

Il troll bofonchiava nel sonno: – Be… be… be… be… be… bello. 

 

Illustrazione di Nicola Scapin

De Mari, L’ultimo elfo, Salani

(immagine di copertina Francesco Gechele)

 

 

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