lettura – SIGNOR SÌ!

 

Il tenente colonnello aveva il seguente piano: la notte, far brillare i tubi; all’alba, mandare esploratori e far allargare le brecce dei reticolati con le pinze tagliafili; subito dopo, attaccare. Egli dunque aveva introdotto la sola variante delle pinze. Quando io sentii parlare di pinze, mi si rizzarono i capelli.

Con le pinze, sul Carso, avevamo perduto i migliori soldati, sotto i reticolati nemici. Il capitano Bravini, anch’egli comandante di battaglione, ma inferiore di grado, faceva tutto quanto il tenente colonnello gli comandava, senza un’obbiezione.La notte, i tubi furono fatti brillare. lo avevo fatto nascondere le pinze del mio battaglione. All’alba, il tenente colonnello le reclamava e invano il capitano Bravini le cercava. Fu giocoforza rinunziare alle nostre pinze

Il tenente colonnello chiamò il suo aiutante maggiore e gli chiese: – Abbiamo ancora pinze al 2° battaglione?

Io speravo ch’egli dicesse di no, perché io l’avevo prevenuto. Anch’egli era stato sul Carso e conosceva l’esito dell’impiego delle pinze.

Il tenente aiutante maggiore fece uno sforzo di raccoglimento e rispose:– Signor sì, ne abbiamo ancora sette, di cui cinque in ottimo stato. Tre grandi e due piccole. Ma un dubbio lo turbò. Tirò un taccuino di tasca e si corresse: – Di cui quattro in buono stato. Due grandi e due piccole. Egli era un professore di greco del bolognese ed era esatto sempre, anche nei dettagli piú apparentemente insignificanti.

Io ero vicino a lui, e gli dissi, sottovoce, con dispetto: – Tu farai carriera con le tue pinze.

– Io faccio il mio dovere, – mi rispose, tranquillo.

Le pinze, tutte e sette, furono subito portate. La luce dell’alba cominciava a rischiarare il bosco, ma in modo così tenue che ci si vedeva appena fra di noi.

– Capitano, – ordinò il tenente colonnello al mio comandante di battaglione, – faccia uscire un ufficiale e due soldati per riconoscere i reticolati ed allargare con le pinze le brecce di passaggio.

Il capitano ordinò che il tenente Avellini, della 9a compagnia, uscisse con due soldati. Il tenente era un giovane ufficiale di carriera, arrivato al battaglione in quei giorni. Il tenente si presentò, ascoltò gli ordini e non disse una parola. Prese le pinze, ne distribuì una ad ogni soldato, e ne tenne una per sé. Scavalcò la nostra trincea con un salto, e sparì, seguito dai due soldati.

Passarono alcuni minuti, senza il minimo rumore. Le fucilate delle vedette continuavano, normali. Io facevo delle considerazioni al capitano Bravini: – Occorrerà della luce perché i nostri possano riconoscere i reticolati e tagliare i fili. E se c’è della luce, vedranno anche gli austriaci e tireranno sui nostri. Bisognerebbe che le trincee nemiche fossero vuote.

Il capitano era nervoso. Non parlava. Anch’egli si rendeva conto che l’operazione era difficile. S’era già bevuta mezza borraccia di cognac.

Dalla trincea nemica partirono più colpi. Non erano i tiri delle vedette. Seguirono altri colpi, poi tutta la linea aprì il fuoco. I nostri erano stati scoperti. Dalla nostra trincea, noi non potevamo vedere chiaramente.

– Non c’è dubbio, – mormorai al capitano Bravini, – gli austriaci tirano sui nostri. Operazioni simili non si possono fare che di notte, al buio. Ma di notte non si vede. Quindi non si possono fare né di notte, né di giorno. Ci vuole l’artiglieria. Senza artiglieria, non si va avanti.

– Ci vuole l’artiglieria, – ripeteva il capitano. E non si sapeva staccare dalla borraccia.

Anche il tenente colonnello era nervoso. Camminava su e giù per la trincea, senza parlare.

Dalle feritoie, a due passi dalla nostra trincea, vedemmo spuntare dai cespugli il tenente Avellini con un soldato. Buttammo a terra qualche sacchetto, e li aiutammo a rientrare. Il soldato era ferito alla gamba. Il tenente aveva la giubba passata da parte a parte, ai fianchi, in più punti, ma senza una scalfittura. Egli riferì al tenente colonnello. L’altro soldato era morto sotto i reticolati. Gli austriaci avevano, durante la notte, buttato altri cavalli di frisia nei tratti in cui i reticolati erano stati rotti dai tubi. La linea si sarebbe potuta traversare solo in qualche punto, ma passando per uno. Gli austriaci avevano dato l’allarmi. Le pinze non tagliavano. Egli aveva ancora in mano la sua pinza e la mostrò al tenente colonnello.

Nella nostra trincea v’erano rotoli di filo spinato. Prese l’estremità d’un filo e l’afferrò con la pinza. Le lame della pinza scivolavano sul filo, senza intaccarlo. Il tenente colonnello guardava, contrariato. Prese anch’egli la pinza e volle provare a rompere il filo. Malgrado i suoi esercizi di ginnastica svedese, egli aveva una struttura fisica impacciata e poco mancò non rimanesse ferito. Tentò a più riprese, ma inutilmente. Il filo rimase intatto e le pinze gli caddero di mano.

Il professore di greco prese una delle pinze che erano rimaste per terra, una delle sette, e la provò sul filo. La pinza tagliava.

– Ma questa taglia benissimo, – disse trionfante al tenente colonnello.

– Taglia? – chiese questi.

– Sì, signor colonnello, taglia. E offrì, una seconda volta, a tutti noi, la dimostrazione della sua scoperta.

– Allora, – disse il tenente colonnello, – dobbiamo ancora tentare.

– Ma non si tratta di pinze, – dissi io, mettendomi a fianco del capitano e rivolgendomi a lui. – Le pinze potrebbero tagliare tutte quante ed essere le migliori pinze dell’esercito, ma la situazione rimane la stessa. Gli austriaci attendono ai varchi e tireranno a bruciapelo su quanti si avvicineranno ai reticolati, con pinze o senza pinze.

– Qui comando io, – disse il colonnello, – e io non ho chiesto la sua opinione.

Il mio capitano non parlò ed io non risposi.

Il tenente colonnello chiese al capitano Bravini il nome di un altro ufficiale del battaglione da mandare sotto i reticolati. Senza resistenza, il capitano suggerì il nome del tenente Santini e aggiunse che nessuno, come lui, conosceva il terreno. Per un portaordini, mandò a chiamare Santini. Ora, la luce dell’alba si era fatta più viva e noi potevamo distinguere tutto l’andamento delle trincee nemiche. Non ci voleva molto per capire che si mandava Santini a morire inutilmente.

Io azzardai ancora un’obbiezione: – Ora c’è molta più luce, – dissi. – Inoltre, Santini è uscito, anche stanotte, con i tubi. Non si potrebbe rinviare all’alba di domani?

Il mio capitano non osò dire una parola. Il tenente colonnello mi rivolse uno sguardo ostile e mi disse: – Si metta sull’attenti e faccia silenzio!

Il professore di greco continuava ad andare in giro con le pinze e mostrava a tutti, ufficiali e soldati più vicini, che erano in ottimo stato.

Il tenente Santini arrivò seguito dal suo portaordini. Il tenente colonnello gli spiegò quello che si voleva da lui e gli chiese se volesse offrirsi volontario. Egli era audace e aveva troppo orgoglio. Io avevo paura ch’egli rispondesse di sì. Mi avvicinai alle sue spalle e gli sussurrai, tirandogli le falde della giubba: – Di’ di no.

– È un’operazione impossibile, – rispose Santini. – È troppo tardi.

– Io non le ho chiesto, – ribatté il tenente colonnello, – se sia presto o tardi. Io le ho chiesto se si offre volontario.

– Signor no – rispose Santini. Il tenente colonnello guardò Santini, quasi non prestasse fede alle sue orecchie, guardò il capitano Bravini, guardò me, guardò tutto il gruppo di ufficiali e di soldati che erano addossati alla trincea, vicino a noi, ed esclamò: – Questa è codardia! Ebbene, io le ordino, dico le ordino, di uscire egualmente, e subito.

– Signor sì – rispose Santini. – Se lei mi dà un ordine, io non posso che eseguirlo.

– Ma un ordine simile non si può eseguire – dissi io al capitano, con la speranza che intervenisse. Ma egli rimase muto.

– Prenda le pinze ed esca – ordinò il tenente colonnello, con gli occhi freddi.

– Signor sì – disse Santini.

Santini prese le pinze. Si slacciò dal cinturone un pugnale viennese dal corno di cervo, trofeo di guerra, e me l’offerse.

– Tienilo per mio ricordo – mi disse.

Era pallido. Estrasse la pistola e scavalcò la trincea. Il portaordini, che nessuno di noi aveva notato, dopo il suo arrivo in compagnia del tenente, prese una pinza e uscì dalla trincea.

Io ero ancora con il pugnale in mano. Il capitano Bravini beveva alla borraccia. Mi buttai alla feritoia più vicina e vidi i due, dritti in piedi, uno a fianco dell’altro procedere, a passo, verso le trincee nemiche. Era già giorno. Gli austriaci non sparavano. Eppure i due avanzavano allo scoperto.

In quel punto, fra le nostre trincee e quelle nemiche, non vi erano più di cinquanta metri. Gli alberi erano radi e i cespugli bassi. Se si fossero buttati a terra, sotto i cespugli, sarebbero potuti arrivare non visti, almeno fino ai reticolati.

Santini rimise la pistola nella fondina e avanzò con in mano le sole pinze. Il portaordini gli era sempre a fianco, con il fucile e le pinze. Traversarono il breve tratto e si fermarono ai reticolati. Dalle trincee, nessuno sparò.

Il cuore mi batteva come un martello. Levai la testa dalla feritoia e guardai la nostra trincea. Tutti erano alle feritoie. Quanto tempo rimasero dritti, di fronte ai reticolati? Io non ne ho ricordo.

Santini fece infine, ripetutamente, con la mano, un gesto verso il suo compagno per farlo ritornare indietro. Forse, egli pensava di poterlo salvare. Ma il gesto era il movimento stanco d’un uomo scoraggiato. Il soldato rimase al suo fianco. Santini s’inginocchiò accanto ai reticolati e, con le pinze, iniziò il taglio dei fili. Il portaordini fece altrettanto. Fu allora che, dalla trincea nemica, partì una scarica di fucili. I due stramazzarono al suolo. Dalle nostre trincee, un fuoco di mitragliatrici e di fucileria, rabbioso e vano, rispose come rappresaglia.

 

(da Un anno sull’altipiano, Einaudi, Torino, rid. e adatt.)